Lo shock energetico legato alla guerra in Iran rischia di riportare l’industria italiana ai livelli di pressione già sperimentati nel 2022, con un impatto potenziale fino a 21 miliardi di euro in più sulle bollette energetiche. È la stima del Centro Studi di Confindustria, che nella Congiuntura flash di aprile descrive uno “scenario peggiorato” per l’economia italiana, tra rincari, calo della fiducia e irrigidimento delle condizioni finanziarie.

Nel dettaglio, in uno scenario relativamente ottimistico, con la fine del conflitto entro giugno e un prezzo medio del petrolio attorno ai 110 dollari al barile, le imprese manifatturiere pagherebbero circa 7 miliardi in più rispetto al 2025. Ma se la guerra dovesse protrarsi per tutto il 2026, con il greggio a 140 dollari, il conto salirebbe fino a 21 miliardi, riportando l’incidenza dei costi energetici al 7,6% del totale, vicino ai picchi critici del 2022 (8,3%).

Energia più cara e competitività sotto pressione

L’aumento dei costi rischia di erodere la competitività delle imprese italiane sia nel mercato europeo sia a livello globale, in un contesto in cui energia e gas restano più economici in altre aree, in particolare nel continente americano. Il prezzo del petrolio si è mantenuto sopra i 100 dollari ad aprile, spinto dalle tensioni in Medio Oriente, mentre il gas, pur in lieve calo rispetto a marzo, resta su livelli elevati rispetto a fine 2025.

A pesare è anche il cambio: il dollaro forte, attorno a 1,16 sull’euro, non contribuisce ad attenuare l’impatto dei rincari energetici per l’Eurozona.

I primi effetti della crisi si riflettono già nei principali indicatori economici. La fiducia delle famiglie è in calo, anticipando una possibile frenata dei consumi, mentre aumentano i rendimenti dei titoli sovrani: in Italia il tasso è salito fino al 4,02% a fine marzo, prima di una lieve stabilizzazione ad aprile.

Il costo del credito per le imprese è destinato a crescere ulteriormente, anche alla luce delle aspettative di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea, in risposta alla ripresa dell’inflazione nell’area euro.

Industria fragile, servizi in rallentamento

Il quadro congiunturale resta debole. La produzione industriale a febbraio segna un modesto +0,1%, insufficiente a compensare il calo di gennaio, con una flessione acquisita dello 0,5% nel primo trimestre. Il miglioramento del PMI manifatturiero (51,3 a marzo) è legato soprattutto a un accumulo precauzionale di scorte, segnale di aspettative di ulteriori rincari.

Anche i servizi mostrano segnali di inversione: dopo un avvio d’anno positivo trainato dal turismo, l’indice PMI composito è sceso sotto la soglia di espansione (48,8 a marzo), indicando un calo della domanda.

Sul fronte estero, l’export italiano registra un rimbalzo a febbraio (+2,2% in volume), sostenuto in particolare dalla domanda statunitense (+8%). Tuttavia, l’introduzione di nuovi dazi e l’instabilità geopolitica potrebbero compromettere la tenuta delle vendite.

Particolarmente esposti sono i circa 22 miliardi di esportazioni verso i paesi del Golfo, oltre alle forniture di materie prime strategiche come alluminio e fertilizzanti. In questo contesto, la guerra in Iran si conferma non solo come uno shock energetico, ma come un fattore di rischio sistemico per l’economia italiana ed europea.

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